Archivio dell'autore: Emanuele Cipolla

Audio – 7° “Pregare Dio per i vivi e per i morti”

Non deve parere strano, se nell’Oratorio frequentemente si odano musicali Strumenti, Canzoni divote, sacre Armonie. Questo fu un ritrovato ingegnoso dell’accorto zelo di S.Filippo non sazio di acquistar Anime a Dio; valersi degli stessi divertimenti, per rendere piacevole ed amabile la Vita Divota, che da’ seguaci del Mondo viene considerata per malinconica ed austera. Lo spirito umano è di natura sua incostante, e difficilmente si arrende a quella Pietà, che abbia solo del serio, del rigoroso, ed a cui niente si tramischi di giocondo e di sollazzevole. Quindi è, che lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico dà per consiglio agli uomini maturi, che, dopo aver istruiti i circostanti con opportune dottrine, permettano l’onesto sollievo della Musica, che ha forza di raddolcire le Passioni, e di rendere gli animi più pronti ad abbracciare l’arduo della Virtù.

(“Pregi della Congregazione dell’Oratorio”, Ed. A. Santini & figlio, Venezia 1826, Tomo II, Appendice IV, p. 312)

 

Il desiderio di approfondire il discorso di fede, unito alla passione per il proprio lavoro, che sempre caratterizza un buon musicista, ha portato in gennaio di quest’anno 2020 all’idea di tenere degli incontri secondo il metodo invalso dell’oratorio in musica. Contando di proporne uno al mese, si è pensato a un ciclo di sette incontri da terminare entro l’estate. La sopravvenienza della pandemia ha allungato i tempi, fino ad arrivare solo oggi al termine del percorso. Finché è stato possibile abbiamo voluto ritrovarci in oratorio, ora che la situazione non lo consente più, vogliamo concludere senza lasciare la fine in sospeso.

All’inizio si è ricercato l’oggetto da trattare nella serie di incontri, volgendo l’attenzione ai temi di dottrina cattolica oggi più trascurati. Il numero “settenario” ha suggerito di portare l’attenzione alle opere di misericordia, trovando ispirazione al riguardo nell’esperienze già svoltesi a Roma, dal catecheta don Fabio Rosini e all’Oratorio della Vallicella, parlando nello specifico delle opere di misericordia spirituale.

Gli incontri, in sé piuttosto semplici, si sono realizzati con la collaborazione dei musicisti che da principio hanno promosso l’attività, assieme a lettori che hanno voluto coinvolgersi prestando la voce. Senza aspettative di largo pubblico, con modestia abbiamo cercato di realizzare qualcosa di buono e di “oratoriano”. Abbiamo così accolto all’Oratorio di San Filippo Neri in piazza Olivella nuove persone, quali le Compagni teatrali di Totò Troja e Gaetano Martorana, oltre a Giuseppe Campanella, Caterina Vitale e Giuseppina Tesauro; le competenze semiprofessionali in ambito teatrale o mediatico, hanno favorito l’ascolto di profonde meditazioni. I qualificati musicisti susseguitisi nei mesi hanno offerto della buona musica a chi sapeva apprezzarla e a chi ha imparato a conoscerla; l’arte, della recitazione o della musica, comunica infatti il contenuto in modo coinvolgente per l’uditorio. Nel contesto della movida all’Olivella è risuonata musica classica, per lo più di epoca barocca (o tardo-barocca), la stessa del periodo in cui è nato e si sviluppato l’Oratorio di San Filippo Neri, quindi meglio rispondente alla sua spiritualità. Il canto di altri pezzi lirici invece aveva una datazione più tardiva, afferente al romanticismo. Abbiamo potuto ringraziare Marta Favarò, Carmelo Fallea, Ilenia Zarcone, Bruno Ingargiola, Bendetto e Salvatore Ciringione, Carlo Licata e Salvo Diana.

Si chiude con questo 7° incontro – di cui pubblichiamo la registrazione – un’esperienza che coniuga arte e formazione cristiana, alla maniera propria dell’Oratorio che ama la bellezza e cura la vita spirituale. La musica infatti, al pari delle arti visive, trova da sempre dimora nell’Oratorio di San Filippo Neri, quale forma di espressione culturale che comunica ciò in cui crediamo. Il connubio di parole e musica realizzatosi negli incontri, concilia ragione e sentimento, in modo da allietare l’animo senza rinunciare all’intelletto; un pacchetto oggi difficilmente trovabile anche col miglior telecomando, per chi crede in qualcosa di più che le mode del mondo. Con la buona stagione speriamo che in primavera le condizioni consentano la ripresa di questa bella opera di fede e cultura.

 

00:05 Ilenia Z. Ave Maria (Gomez)      04:03 Totò T. Lettera sulla preghiera (Bruno Forte)      07:45 Corrado S.      13:05 Carmelo F. Ricercar primo (D. Gabrielli)      15:10 Gaetano M. Salmi 129 e 120      17:24 Corrado S.      22:05 Salvatore C. Ave Maria (F. Schubert)      24:16   Caterina V. Autobiografia di S. Teresina      27:24 Corrado S.        32:54 Ilenia Z. Dolce sentire (Riz Ortolani)      35:50 Giuseppina T. Diario di S. Faustina      39:04 Corrado S.      43:22 Carlo L. Notturno in Do# min. (F. Chopin)


Oratorio e opifici a Palermo

Si segnala la pubblicazione di un articolo scientifico avente ad oggetto di studio il commesso marmoreo dei padri filippini dell’Olivella, redatto nell’ambito di una raccolta di contributi in onore del professore ordinario uscente Giovanni Carbonara. L’articolo presenta il legame che venne a stabilirsi a partire dal XVI secolo, tra il laboratorio fiorentino aperto dalla famiglia Medici, la nobiltà fiorentina benefattrice dell’Oratorio romano e la fabbrica della nostra chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella. Nel ‘600 i padri filippini di Palermo riunirono in comunità gli artigiani orafi e marmorari (lombardi, genovesi, fiorentini) presenti in città, realizzando un gruppo di lavoro per il cantiere della chiesa. Dalla lavorazione delle pietre dure, di cui era ricca l’isola, si sviluppò il barocco palermitano e, all’Olivella, l’arricchimento del barocco romano con la decorazione di pietre preziose. È sempre particolarmente interessante la ricostruzione temporale di come si è evoluta materialmente la conformazione della chiesa. I nomi dei maestri artigiani artefici di ogni parte della chiesa, sono significativi per gli storici dell’arte, quanto per le spontanee espressioni di ammirazione che suscitano nei visitatori. I religiosi che continuano a curare il decoro del luogo di culto, si compiacciono che il suo antico pregio artistico desti ancora gusto del bello, nonostante la lontananza degli enti pubblici preposti alla sua conservazione; aspetto nuovamente «esemplificativo della lunga, misconosciuta e sottovalutata attività artistica delle maestranze palermitane», come conclude l’autore.

 

Ciro D’Arpa, “Gli opifici di pietre dure a Palermo e la Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri”, in Daniela Esposito e Valeria Montanari (a cura di), Quaderni dell’Istituto di storia dell’architettura, numero speciale 2019 (Realtà dell’architettura fra materia e immagine. Per Giovanni Carbonara: studi e ricerche), ed. «L’Erma» di Bretschneider, 2020, vol. I, pp. 539-545

Mese di Novembre

Pubblichiamo QUA gli avvisi di novembre già affissi in bacheca. Per la solennità di Tutti i santi celebriamo la consueta Messa festiva delle 11:30 ricordando particolarmente i defunti che ci saranno comunicati. Il 2 novembre per la commemorazione dei fedeli defunti celebriamo tre Messe, più il tradizionale vespro solenne.

“Sopportare pazientemente le persone moleste”

Finalmente la sesta opera di misericordia: “sopportare pazientemente le persone moleste”, cioè i nostri fratelli per i loro difetti. Questi difetti che noi dobbiamo compatire nel prossimo possono essere per cose naturali o morali. E come il Signore sopporta le nostre deficienze: tiepidezza, negligenze, imperfezioni e peccati; non vorremo noi tollerare nei nostri prossimi un piccolo difetto? Riflettiamo sui meriti grandi che, con questo atto di carità, potremo acquistare presso Dio. San Bernardo diceva che se in una comunità, in una casa, non ci fosse qualche persona fastidiosa da sopportare, bisognerebbe andare a cercarla e pagarla anche a peso d’oro. “Se qualche infelice – diceva San Paolo ai Galati – cadesse, per sua disgrazia, in qualche peccato, voi, che fate professione di pietà, non fate le meraviglie, abbiatene compassione con spirito di carità e di dolcezza”: guardate, se potete, ricondurlo sul retto sentiero. Sì siamo tutti peccatori; se non cadiamo in certi peccati in cui cadono i nostri simili, è perché Dio ci tiene la mano sul capo e non ce lo permette, altrimenti saremmo anche noi capaci di commettere tutte le iniquità del mondo.

Sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire

Ricorre per noi oggi la solennità di Sant’Ignazio di Antiochia, titolare della chiesa dell’Olivella: il santo al quale i padri filippini di Palermo hanno dedicato il tempio del Signore. Dalla data del 1° febbraio, il nuovo calendario liturgico ha riportato ad oggi – data tradizionale del suo martirio – la memoria di Sant’Ignazio Martire, prescrivendola come obbligatoria per tutta la Chiesa universale. 

Ricordiamo tutti per averlo più volte sentito dire, come cadde la scelta su di lui. Per una scelta così difficile era impossibile riuscire a mettere d’accordo tutti i padri, ciascuno aveva le sue preferenze e adeguate ragioni per ogni proposta. Si esperì allora l’estrazione a sorte del nome del santo cui dedicare la chiesa. Fu estratto da subito un nome davvero poco noto: un padre della Chiesa, appartenente al gruppo dei padri apostolici del I secolo; quelli che conobbero personalmente gli Apostoli ricevendo di prima mano il loro insegnamento. Il nome di questo santo però non convinse i padri filippini, poiché una figura non popolare e comunemente sconosciuta. Tentarono una seconda estrazione e la sorte cadde nuovamente su Sant’Ignazio vescovo di Antiochia. Ancora restii ad accettare tale figura, fecero una terza estrazione, dovendosi persuadere che tale fosse la volontà di Dio per la chiesa dell’Olivella.

Un santo non popolare tra la gente, senza nessun culto, al quale non si correva in massa per chiedere grazie e miracoli. E quindi una persona che non ha niente da dirci? Vale la pena ricordarla? Quando parliamo dei santi non parliamo di figure mitologiche che si perdono nella notte dei tempi, bensì parliamo di cristiani che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace; persone che stanno oggi alla presenza del Signore nella Terra dei viventi e che prima hanno vissuto la loro esistenza in questo pellegrinaggio terreno, raggiungendo la perfezione nella vita cristiana.

Martirologio Romano: Memoria di sant’Ignazio, vescovo e martire, che, discepolo di san Giovanni Apostolo, resse per secondo dopo san Pietro la Chiesa di Antiochia. Condannato alle fiere sotto l’imperatore Traiano, fu portato a Roma e qui coronato da un glorioso martirio: durante il viaggio, mentre sperimentava la ferocia delle guardie, simile a quella dei leopardi, scrisse sette lettere a Chiese diverse, nelle quali esortava i fratelli a servire Dio in comunione con i vescovi e a non impedire che egli fosse immolato come vittima per Cristo.

Conosciamo la vita di sant’Ignazio dal capitolo che gli dedica un altro padre della Chiesa, Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica. Non disponiamo di informazioni precise dall’infanzia, sappiamo non fosse cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, convertendosi in età non più giovanissima. Dalla tela dipinta da Filippo Paladini nel transetto di sinistra di questa chiesa, apprendiamo subito come terminò la sua esistenza terrena: col martirio al Colosseo, sbranato dalle fauci dei leoni nell’anno 107 d.C. Il simbolo dei leoni lo troviamo in più bassorilievi sul portale della chiesa e in altorilievo sui battenti con il cuore al centro.

Mentre Ignazio era vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari per fama e santità. Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto, in catene, con un lunghissimo e penoso viaggio da Antiochia a Roma, dove si allestivano feste in onore dell’Imperatore vittorioso nella Dacia; i martiri cristiani dovevano servire da spettacolo, nel circo, sbranati e divorati dalle belve. Durante il viaggio che lo condusse a Roma scrisse le sue sette lettere: quattro nella prima tappa di Smirne e tre a Troade, di cui una indirizzata ai romani. La lettera è un tipo di scrittura che si rivolge a un certo destinatario e, nello specifico, a comunità che vivono particolari situazioni ed esigenze. Le lettere di sant’Ignazio testimoniano la tradizione dei primi tempi e il sentire del terzo vescovo (secondo successore di San Pietro) di Antiochia, luogo dove per la prima volta i fedeli si chiamarono «cristiani». La città in Siria fu la terza metropoli del mondo antico, dopo Roma e Alessandria d’Egitto; Ignazio fu degno successore di San Pietro, un pilastro della Chiesa primitiva, così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico. Uomo d’ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo, i suoi discepoli dicevano di lui che era “di fuoco”, come dice il nome stesso, dato che ignis in latino vuol dire fuoco.

Nelle sue lettere, contro le correnti ereticali che turbavano le comunità cristiane, sant’Ignazio ribadisce con chiarezza i principali dogmi: unità e trinità di Dio, divinità di Gesù Cristo, realtà dell’incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, sua risurrezione, concezione verginale di Maria SS., effetti della redenzione, il battesimo, l’eucarestia, il matrimonio, la Chiesa mistica e le chiese locali, la gerarchia ecclesiastica a tre gradi (Vescovo, presbiteri e diaconi), parlando di episcopato monarchico. Nella sua letteratura c’è un certo contenuto teologico e in particolare ecclesiologico, riguardo all’unità della Chiesa. Lui per primo parlò di “Chiesa Cattolica” nella lettera gli smirnesi.

La santità personale tuttavia non si provò con le parole ma nei fatti. Avviandosi ormai verso Roma raccomanda ai romani di non intervenire in suo favore e non tentare neppure di salvarlo dal martirio.

«lo guadagnerei un tanto – scriveva – se fossi in faccia alle belve, che mi aspettano. Spero di trovarle ben disposte. Accarezzatele affinché siano la mia tomba e non faccian restare nulla del mio corpo, e i miei funerali non siano a carico di nessuno».

E a chi pensava di poterlo liberare, implorava:

«Voi non perdete nulla, ed io perdo Iddio, se riesco a salvarmi. Mai più mi capiterà una simile ventura per riunirmi a Lui. Lasciatemi dunque immolare, ora che l’altare è pronto! Uniti tutti nel coro della carità, cantate: Dio s’è degnato di mandare dall’Oriente in Occidente il Vescovo di Siria!».

Il desiderio di incontro definitivo col Padre Eterno assumeva i toni della lode. I padri filippini edificando la cupola della chiesa nel 1732 vollero incidere nel tamburo le sue ultime famose parole della lettera ai romani:

«Lasciatemi essere il nutrimento delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. Io sono frumento di Dio. Bisogna che sia macinato dai denti delle fiere, affinché sia trovato puro pane di Cristo».

Di sant’Ignazio vescovo e martire apprezziamo l’insegnamento che ci richiama alla retta dottrina del nostro credo, la quale non rimane solo un contenuto intellettualistico, poiché se viviamo – come lui – ciò in cui crediamo, la fede prende forma nella nostra vita. Sant’Ignazio le ha reso la suprema testimonianza del martirio, noi seguendone l’esempio dovremmo restare fedeli all’unica vera Chiesa per nutrirci del «farmaco d’immortalità» che è l’eucaristia.